La memoria corre sul fiume

CASTELLUCCIO, POGGIO AL PINO, FIGLINE, MAESTÀ, VADO, CASA BALDINI

CASTELLUCCIO

“A Castelluccio c’era anche la fattoria della Contessa De Giudici. I contadini dovevano portare al padrone uva, grano, fagioli, ceci, olio e lavorare gratis al frantoio. Prendevano solo metà dell’olio prodotto nel podere. A Castelluccio c’era il fabbro Enrico, detto Pucci, che ferrava cavalli, buoi, asini. Faceva anche l’arrotino. Non veniva pagato in soldi ma con grano, uva, olio.”

Il borgo
E’ un paesino che sorge sull’Arno, il cui nome, secondo la tradizione, risale al console romano Lucio Metello, quindi castello di Lucio e poi Castelluccio; secondo il prof. Fatucchi, invece deriva da “lucus” (bosco sacro). Malgrado le costruzioni più recenti e la zona industriale, conserva un bel borgo antico, che mantiene la struttura medievale e ha ancora ruderi risalenti all’XI e XII secolo, tra cui il portale e un tratto di mura. E’ la “Portaccia”, che prima dei bombardamenti della Seconda Guerra mondiale permetteva l’accesso alla torre, di cui oggi rimane solo un rudere. Esistono ancora tracce della porta di accesso al Castello del Castelluccio, dove è affissa una targa commemorativa ma ironica dedicata ai capolonesi: “l’antico borgo con torre e portaccia dalla stupidità umana distrutto e reso a secolare squallore”.
Questo castello insieme a un altro più a ovest chiamato il Castellaccio sorvegliava un lembo di terra, davanti al quale scorreva l’Arno, rendendolo così inespugnabile. Entrambi questi castelli erano di proprietà della Abbazia di Campoleone. Fino alla fine degli anni ‘60 questa era una zona prevalentemente agricola, grazie all’Arno che dava la possibilità di innaffiare, di fare tutte le colture. Poi i giovani sono andati a lavorare in fabbrica, alla Soldini di Capolona, a fabbricare scarpe e molte persone di Castelluccio sono andate a Capolona. Negli anni successivi sono sorte fabbriche anche qui e allora il paese si è ripopolato. Prima nel paese vecchio c’erano due o tre ritrovi, i bar di una volta e piccole botteghe. La chiesa era il punto d’incontro di tutta la comunità. Pian piano la zona vecchia, che è ancora molto caratteristica, è stata abbandonata perché la gente si è spostata nella zona commerciale e allora le piccole botteghe hanno chiuso tutte: il macello, il fruttivendolo, il bar, gli alimentari. Oggi c’è il campo sportivo, una sala polivalente che è adibita a tutte le attività che il paese richiede, gestite dall’Unione Sportiva e dall’Associazione culturale. Ogni sera la sala polivalente è attiva: sport, ricreazione, scuole di ballo, scuole di musica, ginnastica, attività per i ragazzi.
Molti ricordano che durante la Seconda Guerra Mondiale la strada che collegava Apia a Castelluccio fosse completamente minata e alcune persone persero la vita a causa dello scoppio degli ordigni. Alcuni abitanti ancora oggi conservano bombe inesplose e cimeli del conflitto. Molti ricordano che sulla vecchia cartiera di Giovi fu lanciata una bomba che per fortuna non esplose, altrimenti avrebbe distrutto tutto e ucciso chissà quante persone che ci lavoravano.

Il Fiume
Solo da alcuni anni c’è un ponte. Molti abitanti andavano a piedi a Pieve a Sietina e da lì attraversavano la passerella in legno e prendevano a Giovi il trenino per Arezzo. Fino alla metà del 1900 si racconta che per attraversare il fiume, nel luogo chiamato “la Nave”, si doveva usare una passerella di legno che era molto vicina al pelo dell’acqua. Quando l’Arno era in piena, l’acqua copriva il ponticello, già di per sé abbastanza instabile, e spesso lo trascinava via. Così, nella casa sull’ansa del fiume c’era un omino, soprannominato Caronte (dal nome del traghettatore dei dannati nell’Inferno di Dante) che veniva chiamato con la sua barchetta per traghettare le persone da una riva all’altra. Stava affacciato alla finestra della sua casa sull’Arno e quando qualcuno lo chiamava correva a svolgere il suo prezioso servizio. Il trasporto veniva pagato in natura, con prodotti del raccolto. I moli di attracco, costruiti dagli abitanti della zona, avevano continuo bisogno di manutenzione dopo le piene del fiume. A questi lavori si dedicavano gratuitamente operai e contadini che abitavano vicino ai punti di attraversamento: una volta le cose di interesse comune (strade, ponti, boschi, fiumi, ecc.) venivano curate e custodite da tutti e si facevano turni con le famiglie per contribuire a tenerli in buono stato. “Fino al 1960 non c’era il ponte, ma una piccola passerella di legno. Quando l’Arno cresceva la portava via. Lì vicino c’era la nave, anzi due: una piccola per passeggeri, l’altra più grande per barocci e calessi”(Soldini)
Il fiume aveva una grande importanza nella vita e nell’economia locale. Gli animali dei greggi, soprattutto le pecore, venivano portate a pascolare lungo le sponde. Bambini e grandi ci facevano il bagno, anche per lavarsi, visto che fino ad alcuni decenni fa non esistevano i bagni nelle case. A causa delle correnti, a volte qualcuno, soprattutto forestieri inesperti, annegava nelle acque vorticose e imprevedibili del fiume. Vi si pescava, si cacciavano gli uccelli acquatici, con il vinco che cresceva sulle sponde si intrecciavano ceste e altri contenitori per l’agricoltura. Le donne vi facevano il bucato.
Fra i piatti tipici c’erano le rane fritte, pescate nel Faltognano, spurgate per una giornata, spellate e insaporite con il pomodoro e le anguille, pescate con una serie di funi e piccoli ami. Esistevano anche molti riti legati all’acqua, per curare le malattie, per favorire la nascita dei bambini e l’allattamento. Nella zona di Castelluccio il culto delle acque pare legato a San Michele Arcangelo. Il santo, secondo la tradizione popolare, custodisce la purezza delle acque e le difende dal male (anche quelle dell’Arno). San Michele era venerato dai contadini perché aiutava il parto e l’allattamento.
Nella zona del Castelluccio i contadini raccoglievano vicino alle sorgenti o nel letto dei rigagnoli delle pietruzze che erano considerate magiche. Cercate informazioni nella parte sui culti delle pietre.

Lo Chalet
Fino agli anni ‘60 esisteva a Buon Riposo un locale all’aperto, chiamato “Chalet”, che era un divertente ritrovo per i giovani,
soprattutto d’estate, una specie di balera sul fiume. Lo Chalet sorgeva dove oggi c’è il ristorante sul ponte. Pare ce ne fossero altri due: uno a Giovi e uno a Vado. Qui si ballava e si facevano le feste. Insieme ai grandi lavori nei campi (mietitura e battitura, vendemmia, raccolta delle olive, dove alla fine si faceva una cena tutti insieme e si ballava intorno ai falò), queste erano le occasioni per incontrare giovani dei paesi vicini. E soprattutto per distrarsi dal lavoro pesante della settimana nei campi e nelle fabbriche e incontrare il futuro sposo o la futura sposa. Molte donne ricordano che durante le serate di balli i giovani uomini corteggiavano le ragazze. La vita era molto più dura di oggi, ma ci si divertiva anche in maniera più semplice e con poco. Vicino a Castelluccio c’è anche Santa Margherita, un luogo citato dagli abitanti come “di interesse storico, seconda residenza della famosa Famiglia Bacci, signori della zona.

POGGIO AL PINO

“A scuola andavamo a Poggio al Pino dalle signorine Del Fiume. Erano sorelle, zitelle e maestre, ma esercitava solo la signorina Rosa. Era brava ma severa. Un giorno mi chiese di portare una canna d’india. La portai. Quando feci una marachella mi fece mettere le mani sopra la cattedra e mi batté con la canna nelle dita, così forte che mi fanno male ancora.” (Soldini)

A Poggio Al Pino c’era la scuola dove fino ai primissimi anni Sessanta andavano tutti i bambini della zona. La scuola era nel palazzo principale del paese ed era tenuta da una maestra molto severa, aiutata da altre sorelle. Erano tutte zitelle e tutti le ricordano come donne severe e austere: le chiamavano “le Signorine col turbante”. Da Poggio al Pino c’era una scorciatoia, il Bottaccio, che arrivava al cimitero di Castelluccio, passando vicino a un Casale che si chiamava La Monaca. Lungo il sentiero i bambini e i ragazzi andavano insieme a piedi, i più grandi tenevano d’occhio i più piccoli. Siccome questa era la sola scuola per tutti i paesi e la campagna intorno, molti bambini dovevano svegliarsi prestissimo e camminare spesso più di un’ora con il caldo e con il freddo. A volte scoppiavano litigi e lotte fra compagni e intorno ai contendenti si schieravano i diversi gruppi di sostenitori che li incitavano, come in un incontro di boxe.
Gli adulti di oggi ricordano che quando erano bambini e arrivavano al paese se potevano andavano alla Bottega della Laura, dove compravano i cioccolatini da 10 lire, che poi mangiavano insieme al pane portato da casa come colazione. A Poggio al Pino ci sono dei lavatoi e dei pozzi dove le donne si trovavano per lavare i panni o prendere acqua. Non esistevano ancora nelle case lavatrici, bagni e rubinetti per l’acqua corrente! Trovarsi per queste faccende era anche un modo per chiacchierare, visto che le donne non avevano molte occasioni di uscire e coltivare le amicizie.
Davanti alla scuola c’è una cappellina, di proprietà in origine della nobile famiglia Cocci, così come il palazzo dove c’era anche la scuola e le terre antistanti il piccolo borgo. La proprietà fu quindi acquistata dalla famiglia Del Fiume arrivata a Poggio al Pino alla fine dell’800, a seguito dell’assegnazione della parrocchia a Don Emilio Del Fiume. Alcuni morti della famiglia Cocci sono stati seppelliti dentro la chiesina, perché fino ai primi del 1800 era possibile. Ora non si può più e le persone devono essere sepolte al cimitero. Esistono ancora delle lapidi che ricordano alcune persone della famiglia. Fin dai tempi dei Romani questo paese era un luogo di sosta per i viandanti, che vi trovavano osterie e locande per mangiare e riposarsi e stalle per i cavalli. Si racconta che ci fosse un punto di sosta della diligenza che collegava nel passato Sansepolcro con San Giovanni Valdarno. Sul muro davanti al palazzo principale ci sono ancora gli anelli di metallo a cui venivano attaccati i cavalli.
Dal Poggio al Pino alla Maestà Grande c’era anche un altro sentiero, chiamato la Via Stretta. Era molto bello ma oggi non è più praticabile (“Stringi oggi, stringi domani, la via stretta è diventata troppo stretta”, dicono gli abitanti!). In questa via, vicina alla scuola, le maestre portavano di corsa gli scolari per proteggerli dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, perché la strada era così stretta e riparata dalle rocce che i bambini potevano nascondersi e non essere visti dall’alto, come in un rifugio.

FIGLINE

E’ un piccolo borgo formato da poche case. Il suo nome deriva da figulinae, parola che indica l’esistenza nell’antichità di una fabbrica di vasellame o una cava di argilla. Non lontano da questa zona si producevano infatti i famosissimi vasi corallini. Questi vasi avevano la particolarità di essere leggeri e resistenti e di poter contenere dei liquidi, grazie allo smalto lucido rosso corallo che li rendeva impermeabili. Grazie a questi vasi anche gli alimenti liquidi potevano essere commerciati in tutto l’impero con tanti popoli lontani. In questa fabbrica probabilmente venivano prodotti piatti, vasi, bicchieri o coppe.

MAESTÀ GRANDE

La Maestà è un punto ben preciso di questa zona, un incrocio di strade, che prende il nome da un’edicola religiosa dedicata alla Madonna del Rosario. Nel mondo pagano gli incroci di strade erano considerati pericolosi e venivano posti sotto la protezione di una divinità. Tale credenza permane con l’avvento del Cristianesimo, infatti si diceva che fossero luoghi del diavolo e si costruivano dei piccoli tabernacoli dedicati ai Santi e alla Madonna, dove i contadini e le donne portavano delle offerte per ingraziarsi i Santi ed evitare pericoli, malattie, malocchi e per favorire un buon raccolto, e quindi per garantire la sopravvivenza della comunità che viveva di agricoltura e allevamento. Vicino a questa Maestà ci sono stati durante la guerra episodi di rappresaglie: vennero uccisi alcuni tedeschi, “che nessuno aveva il coraggio di toccare per paura di ritorsioni”, raccontano ancora oggi.

VADO

E’ un piccolo borgo presso un’ansa dell’Arno dove era presente un guado, da cui prende nome. Quando gli spostamenti avvenivano a piedi o con carri e asinelli, per portare mercanzie, prodotti delle campagne, materiali per l’edilizia o altro, Vado era un punto di attraversamento del fiume Arno. Non esistevano ponti in questa zona e non era facile costruirne di nuovi e quindi si cercava il punto in cui l’acqua era più bassa e meno pericolosa, il guado. Dall’altra parte del fiume c’è Scantacappe, un podere dove si racconta ancora una storia curiosa. Un contadino, non potendo più sopportare la vista del padrone dall’altra parte del fiume che leggeva sempre il giornale mentre tutti gli altri lavoravano, una volta sparò un colpo con un fucile a pallini che arrivò fino all’altra sponda del fiume e fece scappare il padrone che stava comodamente seduto sulla sua sedia. L’acqua è fondamentale in agricoltura e un bel fiume garantisce l’acqua necessaria in ogni stagione. Spesso lungo i corsi d’acqua molte persone impiantavano i propri orti. Anche oggi lungo il fiume si possono trovare piccoli orticelli rigogliosi, ordinati e curatissimi; l’acqua purtroppo non è più pulita come un tempo, ma spesso le persone che impiantano questi orticelli garantiscono la cura delle rive che altrimenti sarebbero spesso abbandonate.
A Vado c’erano anche le vasche per il bucato, dove si recavano le donne delle case sparse intorno, per lavare i panni e incontrarsi fra loro. Fino alla metà del 1900 non esistevano i bagni privati nelle abitazioni e il momento del bucato diventava un’occasione di incontro fra donne. Era anche impegnativo e spesso durava una giornata intera: portare i panni al fiume, lavarli, sciacquarli, farli asciugare al sole e riportarli a casa non era certo comodo!

Suggerimento attività: costruite un vaso d’argilla. Prendete un panetto di argilla, dell’acqua, degli attrezzi di legno e delle spatole. Tagliate la quantità di argilla che vi serve con un filo di nylon o un comune coltello con la lama molto sottile. Iniziate a impastare molto bene l’argilla. Lavoratela a pressione per darle la forma desiderata. Per la lavorazione a pressione bisogna stare attenti a non rendere le pareti laterali troppo sottili, poiché potrebbero rompersi durante l’essiccazione o la cottura. Dopo aver lavorato il vaso, basandovi sulle immagini dei vasi corallini che potete trovare al Museo archeologico o su Internet, mettete l’oggetto su un piano di legno, lontano da correnti d’aria o da fonti di calore troppo forti, e lasciate essiccare. Quando sarà asciutto, sarà pronto per essere cotto nel forno. Per finire , dipingetelo con lo smalto color corallo. Suggerimento attività: costruite un filtro per filtrare l’acqua sporca. Prendete una mezza bottiglia di plastica e sistemate verso il collo uno strato di sassi, uno di ghiaia più fine, uno di sabbia. Ora provate a versare dalla parte più larga dell’acqua mescolata con la terra e raccogliete l’acqua che scende dal filtro in un contenitore pulito: come è l’acqua? Che considerazioni potete fare?

 

Lascia un Commento