La memoria corre sul fiume

GIOVI, PIEVE A SIETINA

GIOVI

A cura dei bambini della scuola primaria di Giovi con qualche aggiunta dal libro di Don Dario Caccialupi

A pochi chilometri da Arezzo sorge un ameno borgo le cui origini risalgono all’epoca dei romani. Circondato da colline ricche di ulivi, viti ed acacie, il paese si erge proprio là, dove il torrente Chiassa si immette nel fiume Arno (‘Là dove l’Arno disdegnoso torce il muso agli aretini” – Dante, Purgatorio XIV v.48).

Pare che al tempo dei Romani in questa zona ci fosse un insediamento e un tempio a Giove (da cui il nome del paese), con la statua a lui dedicata. Si ipotizza addirittura che durante la Seconda Guerra Punica (217 a.C.) qui fosse accampato il Console Flaminio, in attesa di intercettare l’esercito cartaginese guidato da Annibale, che proveniva da Nord. Tuttavia Annibale riuscì a superare l’accampamento del nemico e si diresse verso Sud, precisamente verso il Lago Trasimeno, dove si svolse una terribile battaglia nella quale l’esercito romano fu decimato. Poco prima di partire per inseguire Annibale, il Console Flaminio si recò a rendere omaggio alla statua di Giove e il suo cavallo inciampò. Questo episodio fu visto come segno di sventura e infatti la battaglia al Trasimeno fu una strage, dove anche il Console romano perse la vita.

La chiesa di S. Maria Assunta

La piazza, dove si affacciano l’antico castello e la chiesa, è la parte più caratteristica del paese, che ha l’aspetto di un borgo medievale. Vale la pena osservare la chiesa di Giovi, S. Maria Assunta. E’ un edificio che sembra un castello medioevale sovrastato da un’alta torre. E’ frutto di un ”adattamento” di un edificio preesistente. L’attuale struttura risale agli inizi del 1900, ma non conosciamo con esattezza la sua storia: probabilmente è nata come cappella del castello e, in seguito, è diventata chiesa parrocchiale. Un’altra sua caratteristica è l’orientamento a ponente, insolito per le chiese antiche, tutte orientate a levante.

Il castello

Qualche altra informazione spetta al castello di Giovi. Fin dai tempi antichi l’Italia era cosparsa di castelli, che formavano un sistema di fortezze, una “rete” che garantiva sicurezza, protezione e comunicazioni rapidissime. Erano costruiti in una posizione elevata, in modo da renderli sicuri dagli attacchi nemici; ciò permetteva il controllo del territorio e una comunicazione rapida in caso di pericolo. Quello di Giovi, sebbene in pianura, era reso sicuro dalla presenza del fiume Arno e Chiassa. Come i romani avevano ritenuto Giovi un luogo strategicamente interessante, tanto da costruire un tempio e un centro abitato, dopo alcuni secoli anche i Longobardi, scelsero questa terra, denominata nei documenti, insieme all’area basso casentinese compresa fra il Pratomagno e l’Alpe di Catenaia, Terra Barbaritana. Inizialmente utilizzarono costruzioni preesistenti. La Guardinga era una torre da guardia; poi, data l’importanza del posto, costruirono altri edifici di grandi dimensioni.

Le osterie

Questo paesino è sempre stato meta di gite domenicali. Fino a pochi decenni fa gli aretini venivano qui per mangiare il buon pesce appena pescato e tenuto in fresco nei pescaini, delle vasche di acqua corrente che fungevano da frigoriferi. Delle belle nuotate nel fiume, un buon piatto di anguille alla giovese e una sana partita a carte… Mica male passare delle domeniche così! Ma la storia dell’ospitalità a Giovi è molto più antica. Già a partire dal XIV secolo esisteva infatti un hospitale: una specie di ostello dove si poteva solo dormire. Si pensa che fosse situato presso il castello e che svolgesse le funzioni di taverna e di bottega a servizio di tutto il paese. Il pasto più richiesto dai clienti era lo “scotto”, che comprendeva: pane, vino e verdure; molto richiesto anche il pesce pescato in Arno e la “panata”, una specie di ribollita. Il sabato e la domenica maccheroni e lasagne. Già dalla metà del 1800 era rinomato l’albergo e trattoria Il Principe, ancora oggi noto per i piatti a base di pesce.

Suggerimento Attività: provate a trovare i pescaini rimasti in paese. Guardate la foto e cercateli vicino alla piazza.

La cartiera

Giovi fu un paese molto importante perché fin dai primi del Novecento aveva delle fabbriche (mulini, cartiere, ecc.) che davano lavoro a diversi operai, uomini e donne. Inoltre, dal 1888 venne attivata la ferrovia Arezzo-Stia: la stazione di Giovi permetteva di raggiungere con facilità con il treno la città e i luoghi di lavoro. Nel sedicesimo secolo c’erano alcuni mulini nel punto in cui il Chiassa affluisce nell’Arno. Dopo il 1909 i fratelli Boschi, costruirono in quello stesso luogo la prima cartiera di Giovi; c’era anche un mulino per la produzione di zolfo. La cartiera produceva carta gialla ricavata dalla paglia: nella cartiera lavoravano 40 persone. Nel 1931 al posto del mulino distrutto da un incendio fu realizzata la centrale idro-elettrica. Dopo il 1931 al posto della paglia, fu utilizzata carta riciclata: gli operai aumentarono fino a 90 persone. Nello stesso anno venne realizza una seconda cartiera in località ”la Buca”. La carta di Giovi veniva esportata in tutta l’Italia; nel 1968 ci fu una forte alluvione che danneggiò la cartiera. La cartiera chiuse la sua attività nel 1983.

I lavatoi

Per chi volesse approfondire la conoscenza di questo splendido paese si consiglia di raggiungere i lavatoi. E’ sufficiente percorrere una stradina delimitata da vegetazione naturale. Proprio qui, appena iniziata la discesa, si trovano i lavatoi. Originariamente, fino a tutti gli anni ‘60, i lavatoi si trovavano in piazza di fronte all’antica trattoria al Principe, al di sotto del piano stradale, dietro l’antica fonte che approvvigionava di acqua di sorgente tutto il paese. Non tutti sanno qual era la condizione delle donne, quando i lavatoi erano i migliori elettrodomestici “a mano”. Decisamente all’avanguardia rispetto a quando le signore lavavano i panni al fiume d’estate, ma anche d’inverno, quando l’acqua ghiacciata arrivava a far sanguinare le mani. Adesso potevano usare i lavatoi per lavare i panni, in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo, dato che erano piccole casupole, aperte all’esterno, ma chiuse da una tettoia e lateralmente. Dentro vi erano delle vaschette piene d’acqua. I lavatoi erano anche un luogo di incontro dove le donne potevano chiacchierare tra loro.

“Poi c’era il bucato. Le lenzuola, fatte al telaio, erano ruvide. Per lavarle si ponevano in una tinozza di coccio (pilla), insieme a biancheria che non perdeva colore. Quindi si metteva la cenere e l’acqua bollente. Si lasciava a mollo tutta la notte. La mattina la biancheria veniva portata a sciacquare al fiume. Con l’acqua della tinozza (ranno) si lavavano i panni colorati. Il ranno era come la candeggina.” (Soldini)

La passerella

Passando sopra la passerella potete guardare il fiume e le rive. In lontananza si riescono a vedere i colli, dietro ai quali ci sono i monti dell’Appennino Toscano da dove nasce l’Arno. La vegetazione dominante è la quercia, a cui si aggiungono gli abeti, i larici che offrono colori stupendi, nelle varie stagioni. Era la spiaggia degli Aretini “Siam di Giovi la spiaggia divina […]” e l’uomo ha sempre avuto amore e rispetto per il fiume, che ha regalato vita e civiltà.

Traversata la passerella si percorre una leggera salita nel bosco e, arrivati alla “piazzetta delle querce”, potrete sostare sulle panchine all’ombra fresca delle piante e osservare il paesaggio. Proseguendo per la strada sterrata che si svolge tra i campi coltivati di una campagna ancora viva, si raggiunge un piccolo agglomerato di case con un magnifico tesoro: Pieve a Sietina.

Suggerimento attività:

• Fermatevi a metà della passerella e guardatevi intorno. Riuscite a capire l’impor tanza del fiume per lo sviluppo del nostro territorio. Sapete da dove viene e dove va? A cosa serviva il fiume?

• Riuscite a riconoscere almeno 5 elementi artificiali e 5 elementi naturali?

• Osservate la biodiversità: riconoscete dalla passerella o dalla spiaggetta al di là del fiume almeno 5 elementi naturali

• Osservate il lavoro dell’uomo: riconoscete almeno 5 elementi costruiti dall’uomo

Suggerimento attività: cercate almeno 2 o 3 tracce di animali (impronte, escrementi, avanzi di cibo, tane, ecc.) e cercate di capire a quale animale appartengono. Suggerimento attività: lungo il sentiero che porta a Pieve a Sietina potete fare un gioco divertente: il “memory in natura”, o “gioco dell’uguale”. Prima di iniziare il conduttore raccoglierà di nascosto, nella zona immediatamente circostante, una decina di oggetti naturali comuni come frammenti di roccia, semi, pigne, parti di piante o qualcosa che rechi tracce dell’attività di animali. Dovrà poi disporre gli oggetti su un fazzoletto e coprirli con l’altro. Quindi inviterà i bambini ad avvicinarsi per informarli che “Qui sotto ci sono dieci oggetti naturali che si possono trovare anche intorno. Adesso solleverò il fazzoletto per venticinque secondi: guardate attentamente che cosa c’è e cercate di ricordare tutto quello che vedete”. Dopo aver osservato gli oggetti, i bambini si sparpagliano e ne raccolgono dei più simili possibile, senza dire agli altri quello che trovano. Il conduttore li lascia cercare per pochi minuti, poi li richiama. Con una certa enfasi toglie uno alla volta gli oggetti da sotto il fazzoletto dando informazioni e raccontando fatti interessanti su ciascuno di essi. A mano a mano che si presentano gli oggetti, chiede ai ragazzi se ne hanno trovato anche loro di uguali o di simili. La regola è: raccogliere gli oggetti ma senza rovinare l’ambiente e le piante!

PIEVE A SIETINA

E’ una piccola chiesa bellissima, l’unica Pieve del Casentino con molti affreschi ancora visibili. Le Pievi erano chiese rurali sorte tra il IV e il VI secolo come punto di riferimento per l’evangelizzazione e la conversione dei popoli delle campagne. Durante il periodo carolingio, la rivalutazione delle istituzioni plebane portò alla costruzione di nuove chiese e alla ristrutturazione di quelle esistenti, divenute centri di intense attività religiose e civili. Nelle Pievi infatti si conservavano i testamenti, gli atti di compravendita dei terreni, i registri delle nascite. Le Pievi riscuotevano i tributi e coordinavano i lavori di bonifica del territorio.

La chiesa esisteva già nel 1022 con il nome di Santa Maria Maddalena di Setrina ed è infatti ancora dedicata a questa Santa. Nel 1373 divenne proprietà della nobile famiglia aretina dei Bacci, che erano i signori della zona di Castelluccio. Pare fossero una famiglia di origine Longobarda e avevano proprietà e palazzi in campagna e in città.

La chiesa ha tre navate che terminano con tre absidi. Gli affreschi sono stati eseguiti in periodi diversi, hanno probabilmente origine votiva e sono stati commissionati oltre che dagli stessi Bacci, anche da altre famiglie residenti nella campagna circostante. Alcuni dipinti sono legati al simbolismo delle acque e rappresentano una continuità di culto tra il mondo antico e il mondo cristiano. In questa pieve si inoltravano preghiere per risolvere problemi importanti del mondo contadino come la fertilità dei campi, la nascita e la crescita di bambini sani, l’allattamento, la cura delle malattie della gola e dei bronchi.

I santi e i culti contadini

Molte delle immagini raffigurate negli affreschi sono molto importanti nella cultura contadina perché erano venerati per ridurre il più possibile problemi gravi delle campagne: la fame, le malattie, la morte dei bambini, la crescita di bambini sani, la nascita di figli maschi, le carestie e il tempo cattivo per l’agricoltura. Un santo che si trova quasi sempre nei punti di attraversamento del fiume (guado) era San Cristoforo, che qui è proprio vicino all’altare e sta per attraversare il fiume col Bambino Gesù in spalla. I contadini gli attribuivano la capacità di limitare le piene del fiume, di attraversarlo senza pericoli, di allontanare grandine, peste e fame. Viene invocato anche dalle madri che perdono il latte e non possono allattare i figli e bevono l’acqua sistemata sotto la sua immagine. Un altro affresco rappresenta la Madonna della tosse, protettrice della gola. Anche Sant’Agata, rappresentata durante la tortura (amputazione delle mammelle), può essere riportata ai riti per favorire l’abbondanza del latte per far sopravvivere i bambini. Il martirio da lei subito ha ispirato probabilmente il suo patronato sulle puerpere che hanno disturbi dell’allattamento. Il rituale, di cui resta solo un lontano ricordo, prevede per aumentare il latte materno il lavaggio dei seni con acqua posta sotto protezione della martire e applicazioni di panni caldi bagnati, sempre con acqua di una fonte a lei consacrata. Quasi tutti i santi ritratti all’interno della pieve sono legati a forme di devozione di carattere salutare, tra questi possiamo citare S. Biagio protettore delle malattie della gola e dei bronchi e S. Antonio Abate patrono degli animali, entrambi molto venerati nell’ambito rurale; Santa Caterina d’Alessandria martire alla quale ci si rivolge per trovar marito e per il buon esito delle gravidanze che si presentano in tarda età; Santa Maria Maddalena a cui è intitolata la pieve.

Lungo l’arcata del presbiterio che separa la navata centrale da quella laterale destra è possibile scorgere una sinopia, il disegno preparatorio in terra rossa dell’affresco vero e proprio. Nel catino dell’abside destra si riconoscono due cicli di affreschi sovrapposti, che fanno capire come ogni pievano volesse lasciare un segno del suo passaggio, sovrapponendo ad affreschi più antichi un nuovo dipinto.

A fianco della Pieve c’è una villa padronale che è stata ricavata sulla canonica, di proprietà della Famiglia Bacci fino all’inizio del Novecento. Nel giardinetto davanti all’ingresso della Pieve è stato realizzato un piccolo Parco della Rimembranza, con le lapidi che ricordano i caduti della Grande Guerra. Vicino alla chiesa si possono vedere delle pecore, tenute da un pastore. Le pecore sono animali da sempre molto diffusi in Toscana, perché producono lana e latte. In particolare, nella nostra zona vengono allevate soprattutto per produrre pecorini, che esistono in grande varietà e con stagionature diverse. Nel maggio 2013 alcuni cittadini hanno costituito l’associazione Pieve a Sietina finalizzata a valorizzare e far conoscere il borgo.

 

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